Terraforma

 

Il palco di Teraforma (foto via @Terrafoma)

Il palco di Teraforma (foto via @Terrafoma)

Come tante altre idee innovative, quella di Terraforma e’ nata  quasi per caso. Una sera dell’estate 2012, Dario Nepoti, Ruggero Pietromarchi e Alberto Brenta (26, 27 e 28 anni) tornavano a casa in macchina assieme al produttore/dj Rabih Beahini (in arte Morphosis) dopo un’edizione di Techno Portraits, iniziativa organizzata dai tre ad Assab One, spazio milanese dedicato alle arti e alla creatività. Quella sera Beahini aveva partecipato a Techno Portraits in veste di dj ed entusiasta di come era andata la serata, dal nulla, ha chiesto: “Ma perché non organizzate un festival assieme?”

Due anni dopo, a Villa Arconati, Bollate, appena fuori Milano, si e’ svolta la prima edizione di Terraforma,oggi uno dei festival più innovativi del panorama italiano ed europeo. “Quando abbiamo trovato la Villa – mi racconta Nepoti – Abbiamo approcciato la proprietà proponendo un progetto culturale che prevedeva la rigenerazione del bosco della villa negli anni. Il motivo e’ che come Terraforma volevamo avere un impatto che andasse al di là dei tre giorni di musica sperimentale. Volevamo riuscire a lasciare un’eredità alla Villa e ai suoi futuri visitatori”. Quando chiedo ai tre fondatori di parlarmi dell’idea dietro al festival la loro espressione cambia. La parola “festival” non gli piace. Il motivo? Il format stesso di eventi di questo tipo: artisti con nomi a fare da richiamo, una folla attratta da quei nomi, consumo passivo di un’esperienza, fine. Terraforma vuole essere altro. Il nome stesso, un riferimento alla letteratura fantascientifica, ovvero il processo per cui si rende abitabile per l’uomo un pianeta alieno, vuole evidenziare questa missione. Fin dall’inizio, infatti, l’obiettivo dei tre e’ stato quello di riuscire a creare un’atmosfera dove non fossero i nomi degli artisti ad attirare le persone, bensì l’esperienza nel suo complesso. Come mi spiega Pietromarchi: “Quando mi sono messo a riflettere su cosa volevo proporre dal punto di vista musicale, ho pensato prima di tutto ai differenti umori che potrebbero caratterizzare i diversi momenti della giornata. Per esempio: in campeggiatore/trice appena svegliatosi nel parco di una Villa del Settecento vorrebbe con ogni probabilità ascoltare della musica ambient, un suono alla Brian Eno, o del jazz. Alle due del mattino invece, le sonorità sarebbero più techno” e via così per tutto il giorno e per tutti  e tre i giorni in Villa Arconati. Non soltanto. Altro elemento fondamentale di Terraforma e’ come gli organizzatori sono stati in grado di attingere all’ecosistema di Milano e collaborare con alcune delle sue realtà più innovative in modo da dar forma allo spirito DIY dell’iniziativa. Nessuna delle strutture del festival e’ affittata da società specializzata nei servizi per grossi eventi. Tutto e’ creato in house. Il palco e il bar, per esempio, sono stati costruiti in collaborazione con lo studio di architettura milanese Zarcola e gli architetti Emanule e Matteo Petrucci e concepiti in modo da poter essere usati, una volta finita l’esperienza Terraforma, per costruire un parco architettonico da lasciare in eredità alla villa assieme all’area boschiva rigenerata. Quando chiedo delle difficoltà – sia burocratiche sia culturali – incontrate durante la creazione dell’evento Nepoti glissa. “Andiamo avanti e in silenzio. Non ci lamentiamo”, risponde dopo un attimo di silenzio. “Un’unica cosa vorrei cambiasse: le startup culturali come la nostra non godono dello stesso regime fiscale agevolato delle startup ad alto contenuto tecnologico. E questo non va bene”, soprattutto perché dal punto di vista imprenditoriale i risultati sono molto simili: Terraforma ha creato lavoro per 18 persone e contribuito all’ecosistema della città attraverso l’innovazione. Risultati e riconoscimenti – dall’Italia e dall’estero – sono arrivati ancora prima di iniziare. Mtv Australia ha inserito Terraforma nella lista dei dieci festival più interessanti del 2014: al secondo posto, sopra il festival dell’Isola di Wight, Regno Unito. Ha fatto lo stesso Dj Broadcast, rivista di elettronica dj e dintorni: i tre giorni di musicale sperimentale milanesi sono stati selezionati come i secondi più interessati dell’anno, sopra il Sonar, tra i festival più famosi al mondo. Non a caso alla prima edizione tra le circa 2.500 persone presenti erano rappresentate 11 nazioni e tra i campeggiatori, 400 circa, gli stranieri erano il 60 per cento. Termino la conversazione con una domanda sui progetti a lungo termine. Avere più campeggiatori che biglietti giornalieri, aiutare a cambiare la cultura dei festival in Italia. La partenza e’ stata delle migliori, il percorso sarà tra i più difficili; i preamboli giusti ci sono tutti.

Questo articolo e’ apparso su Rivista Studio

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