Come rinasce un grande film

Dettaglio di una pellicola in via di restaurazione (immagine di @ImmagineRitrovata)

Dettaglio di una pellicola in via di restaurazione (immagine di @ImmagineRitrovata)

Sulle pareti bianche dell’ufficio del direttore campeggiano locandine di film e festival. È da qui che Gian Luca Farinelli, 52 anni, dirige la Cineteca di Bologna, che con il suo laboratorio «l’Immagine Ritrovata», è uno dei più importanti centri per il restauro di pellicole al mondo. L’ultimo di una lunga serie di lavori è Rocco e i suoi fratelli di Visconti.

Presentato allo scorso festival di Cannes, sara’ proiettato per la prima volta in Italia il prossimo 3 luglio, durante i nove giorni de Il Cinema Ritrovato (26 giugno – 4 luglio), il festival organizzato dalla Cineteca bolognese e negli anni rivelatosi fondamentale per il suo successo. Era il 1998, e in piazza Maggiore presentavano Il Monello di Chaplin, con la copia proveniente dalla famiglia. Finita la proiezione, Farinelli lancia una sfida: «Secondo me possiamo fare di meglio». Detto, fatto. A quel primo restauro sono seguiti quelli di tanti altri film di Chaplin: dalla primissima comica Charlot si distingue a capolavori maturi come Tempi moderni. Da li’ a Martin Scorsese il passo è stato breve. Nel 2005 il regista venne a Bologna e colpito dalla qualita’ dei restauri decise di affidare agli emiliani alcuni classici del cinema come la Trilogia del dollaro di Leone e La dolce vita di Fellini. Poi sono arrivati i premi: nel 2013 il Focal, l’oscar del restauro e nel 2014 il Leone d’Oro di Venezia. Infine il successo economico: nel 2014 la Cineteca ha fatturato 4,3 milioni di euro (erano 668mila nel 2006) e nel 2015 ha aperto un ufficio a Hong Kong (il 75% delle commesse vengono dall’estero).

Dietro a restauri da oscar c’è un laboratorio organizzato in cinque sezioni: riparazione, scannerizzazione, digital restoration, color correction e mastering. All’interno della sala riparazioni otto donne lavorano chine sui rispettivi tavoli. Alla destra e alla sinistra di ogni postazione due dischi neri e spessi servono per avvolgere le bobine. Con minuzia le operatrici in camice bianco cercano e riparano i punti di rottura. «Quando ne viene identificato uno» spiega una restauratrice «si usa uno scotch speciale dalla Kodak».Una volta giuntata, la pellicola passa al reparto scannerizzazione. Il tecnico, assieme ad altri quattro operatori, lavora davanti a due schermi, uno a fianco dell’altro. Sul primo scorrono le immagini della pellicola in via di scannerizzazione, sul secondo quella di una coppia di archivio dello stesso film. «Cerchiamo di capire se tra le due pellicole ci sono differenze. A volte capita di trovare scene tagliate dalla precedente versione in archivio e di doverle dunque aggiungere», dice Cristiano Valorosi un’operatore del reparto. Dalla scannerizzazione si passa poi al reparto digital restoration dove lavorano una quarantina di persone. La stanza è buia e gremita di computer. Giulia Bonassi, uno dei tecnici, spiega come restaurare una pellicola è del tutto diverso dal semplice rimetterla a nuovo. Perché l’obiettivo ultimo di un restauro corretto è arrivare il più possibile vicino alla versione originale del film, non crearne una nuova. In quel momento sul suo schermo sta passando I pugni in tasca di Bellocchio. «Ecco» dice, e punta la penna ottica sulla mano di una donna: «Cosi’ tolgo i punti neri, ma devo evitare di creare un’immagine alterata. Se non sto attenta rischio di alterare il film per sempre» e creare un artefatto, la fobia più grande di ogni buon restauratore. Da li si passa alla color correction. E anche qui il lavoro è delicatissimo. «L’obiettivo è ricreare i colori della pellicola originale», spiega un addetta aggiungendo che per farlo «si passa di pellicola in pellicola per trovare quella più vicina all’originale».

«Fino a un decennio fa erano in pochi a preoccuparsi di conservare» dice Emanuele Vissani, responsabile dell’area mastering del centro «e per questo sono centinaia, forse addirittura migliaia, i film andati persi». Non a caso dalle poche iniziali commesse del 1992, anno di nascita de «l’Immagine Ritrovata», il numero dei restauri è arrivato a 350. L’ultimo annunciato è Amarcord di Fellini che sara’ presentato al prossimo festival di Venezia. Nell’area mastering, l’ultima della catena del restauro, viene controllato il lavoro delle precedenti sezioni. «Se c’è un errore rimandiamo tutto indietro», dice Vissani. Superata l’ultima prova torna tutto al reparto scannerizzazione dove il film viene stampato su pellicola. «Il miglior modo di conservare nonostante gli sviluppi», commenta soddisfatto Valorosi. Ancora più dei posti di lavoro e dell’indotto, il lavoro de «l’Immagine Ritrovata» è importante per la memoria storica che è in grado di creare.

Questo articolo e’ stato scritto per Panorama

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